La Lotta dell’Uno contro i Centomila
Pirandello e Tyler Durden, alla ricerca dello straniero

Fight club

a cura di Christian Ronga

Nell’editoriale di apertura alla seconda uscita di questo magazine, che ha per tema portante il concetto di straniero rappresentato nel mondo dell’arte, mi sono soffermato su due opere estremamente distanti tra loro, sia per genere, sia per natura concettuale, sia per “portata critica”. La prima è un capolavoro della letteratura italiana, una vetta che, a mio avviso, non è stata ancora né uguagliata né tantomeno superata; “Uno Nessuno e Centomila” di Luigi Pirandello. L’altra è un film commerciale del 1999 “Fight Club” basato sul romanzo omonimo di Chuck Palahniuk del 1996.
Due opere che, con concetti (e risultati artistici ovviamente) diversi hanno messo in luce la stessa concezione delle possibilità dell’essere umano di conoscersi realmente in maniera oggettiva. Nessuna.
Quando si parla di analizzare il rapporto tra gli stranieri ed i residenti, a prescindere dal contesto in cui lo si analizza, viene compiuto per me sempre lo stesso errore: concepire lo “straniero” come una reale ed ontologica presenza, invece che, come è in realtà, una costruzione mentale che aveva, forse, una sua ragione di esistere qualche decennio fa (ma neanche), ma che oggigiorno sta mostrando tutti i suoi limiti, schiacciata tra tutti i limiti che ormai sono palesi, e l’assoluta incapacità, come mostrato dalle due opere, di potere definire un riferimentoin base al quale una persona possa definirsi straniera rispetto ad un’altra.

Piuttosto che scrivere del falso problema degli sbarchi a Lampedusa, oppure della finta “questione stranieri in Italia” ho preferito andare direttamente al nocciolo della questione ed interrogarmi sul concetto di identità, quanto mai necessario per potere discutere di “diverso” o “straniero”. Ed ho scelto volutamente due opere agli antipodi, per mostrare come questo tema, con analoghe conclusioni, sia stato affrontato in diversissimi modi e tempi, portando sempre alla stessa conclusione: l’identità esiste, paradossalmente, solo nel rapporto con l’altro, “altro” che, avendo contribuito a creare la mia identità diventa, ancora più paradossalmente, parte di me, facendo sì che nessuno possa dirsi realmente straniero nei confronti di nessuno.

Fight Club 1999

Il crollo dell’idea dell’identità come elemento fisso, permeante l’essenza stessa dell’uomo, si mostra prepotentemente agli inizi del Novecento (almeno per quanto riguarda la letteratura). Non casualmente. Il Novecento si mostra da subito come il secolo che avrebbe dimostrato l’inconsistenza ed il fallimento degli ideali Ottocenteschi. L’ideale romantico della Patria “dal popolo per il popolo” (forzando un’espressione statunitense) si scontrava con la fine del secolare processo di pace seguito al Trattato di Vienna del 1815, una pace debole, scaturita dalla frammentazione e unificazione forzata di intere zone europee decisa a tavolino. Alla fine dell’800 questa pace forzata comincia mostrare i suoi limiti, che esploderanno poi nella Prima Guerra Mondiale (1914).
In Italia la situazione non è migliore. Nel 1861 si era completato il processo politico che ha portato all’Unità d’Italia, tuttavia gli ideali romantici e risorgimentali, a cui aveva contribuito la stessa famiglia di Pirandello di ispirazione risorgimentale, avevano lasciato il posto alla consapevolezza che l’unità era solo formale. La condizione del Sud Italia, fino alla fine dell’ 800 ricco regno a vocazione industriale e mercantile, si avviava a quel baratro da cui ancora non si è rialzata. Ulteriore elemento di destabilizzazione dell’ideologia pirandelliana che lo porterà ad aderire, in seguito, al Partito Fascista convinto di ritrovare lì quegli ideali patriottici e risorgimentali al cui fallimento stava assistendo.
Perfino la scienza, con le grandiose scoperte di inizio Novecento, contribuiva ad alimentare il clima di indeterminazione che si aggirava per l’Europa. Nel 1899 Sigmund Freud pubblicava il suo saggio “L’Interpretazione dei sogni” creando così il metodo psicoanalitico e mostrando all’umanità la parte più oscura di se stessa, la lotta continua che si svolge all’interno di ogni mente tra Es, Io e Super-Io. Nel 1905 Albert Einstein pubblica la “Teoria della Relatività Generale” con la quale demolisce completamente il concetto per il quale esistevano almeno due concetti fissi ed immutabili a cui l’uomo poteva agganciarsi con la certezza di avere un riferimento: il tempo e lo spazio.
E non bisogna pensare come casuali questi elementi; Pirandello, ad esempio, ben conosceva la teorie di Freud, che aveva studiato durante il periodo di degenza della moglie Antonietta presso una clinica psichiatrica.

Figth Club

Questi elementi, uniti allo spiritismo di cui si era sempre interessato ed all’avvicinamento alle correnti relativiste della fine del XIX secolo rappresentano l’humus da cui nacque quel capolavoro: “Uno, Nessuno e Centomila”.
Vitangelo Moscarda, il protagonista, è un uomo benestante, che vive di rendita avendo ereditato la banca del padre. Felicemente sposato, con una posizione sociale di tutto rispetto; un uomo che sa chi è. Fino a quando la moglie gli fa notare che ha il naso che pende leggermente da un lato, verso destra. Quella semplice nota disintegra la conoscenza che Vitangelo ha di sé, convinto fin’ora “d’essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentr’ero invece per tutti un Moscarda col naso storto”. Questo semplice passaggio, che avviene con uno stile diretto e cristallino nelle prime pagine, è l’annuncio della prima rottura: la frammentazione dell’ UNO in NESSUNO. La cancellazione delle certezze, la consapevolezza dell’assenza della certezza riguardo quello che crediamo di essere. Vitangelo ha bisogno di osservarsi per bene, di essere solo. E qui, nel passaggio in cui spiega al lettore cosa sia “essere soli” c’è la più pregnante spiegazione – cosa che ci riporta al nostro tema – di cosa sia uno straniero.
“La solitudine non è mai con voi; è sempre senza di voi, è soltanto possibile con un estraneo attorno: luogo o persona che sia, che del tutto vi ignorino, che del tutto voi ignoriate, cosi che la vostra volontà e il vostro sentimento restino sospesi e smarriti in un’incertezza angosciosa e, cessando ogni affermazione di voi, cessi l’intimità stessa della vostra coscienza. La vera solitudine è in un luogo che vive per sé e che per voi non ha traccia né voce, e dove dunque l’estraneo siete voi. Cosi volevo io esser solo. Senza me. Voglio dire senza quel me ch’io già conoscevo, o che credevo di conoscere. Solo con un certo estraneo, che già sentivo oscuramente di non poter più levarmi di torno e ch’ero io stesso: estraneo inseparabile da me”.
Freud non avrebbe saputo esprimerlo meglio.
Cosa è il nostro “essere”? Il nostro modo di vivere, il nostro relazionarci con il mondo esterno, con le altre persone. Il modo in cui concepiamo l’amicizia, l’amore, il modo in cui lavoriamo, come ridiamo, il nostro senso dell’umorismo e del macabro. Tutto questo (e infinito altro ancora) è “essere sé stessi”. Ma queste cose non nascono da sé, non sono idee iperuraniche instillate nell’embrione ad un certo punto della gestazione. Queste caratteristiche vengono con l’esperienza che ci forma ed ognuno ha la propria. Due gemelli omozigoti cresciuti in famiglie diverse avranno lo stesso “sé”? Certamente no.
Ma se la nostra intima essenza è governata dalle relazioni che abbiamo con gli altri allora noi non siamo mai soli e l’unica parte che non riusciamo a conoscere è proprio quello che sarebbe il sé senza tutte queste persone e situazioni che ci hanno forgiato. L’unico straniero per una persona è proprio sé stesso. Perché non esiste.
Ma se non esiste un sé stesso, allora ognuno di noi è qualunque cosa, o meglio, è parte di un tutto. Come recitava Jhon Donne nel suo celeberrimo sermone “No man is an island”. Ognuno di noi è centomila esseri.
“Quest’albero, respiro trèmulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo. […]muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non piú in me, ma in ogni cosa fuori.”
Questa è la splendida chiusa dell’opera. La consapevolezza che, in noi stessi, possiamo colmare il vuoto lasciato dalla scoperta di non avere più una identità, con la possibilità di accoglierne centomila altre. Compresa quella di uno straniero. Che non è mai stato tale, solo una persona che ha contribuito a creare la mia essenza umana, sociale, senza che io ne fossi al corrente.
Il romanzo, iniziato nel 1909, vede la luce solo nel 1926. Nello stesso anno il fisico tedesco Werner Karl Heisenbergscriveva nei suoi Annali Matematici, a spiegazione del suo Principio di Indeterminazione (che ha gettato le basi della moderna fisica quantistica) Nell’ambito della realtà le cui connessioni sono formulate dalla teoria quantistica, le leggi naturali non conducono quindi ad una completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo; l’accadere (all’interno delle frequenze determinate per mezzo delle connessioni) è piuttosto rimesso al gioco del caso” ; quello stesso Caso in cui è nato Pirandello (Cavasu, voce dialettale per Kaos, era il borgo di Agrigento in cui nacque) quello stesso Caso di cui è pervasa ogni pagina del suo capolavoro, quello stesso Caso che c’è dentro ognuno di noi, a cui possiamo dare un senso solo riconoscendo la non-estraneità da noi di ogni essere umano.

Con “Fight Club” entriamo in un contesto totalmente diverso. Dal punto di vista cronologico siamo alla fine del XX secolo (1996 il romanzo e 1999 il film) mentre da quello culturale non siamo più nell’Italia post unitaria ma nell’America di fine ‘900 dove la middle class impiegatizia, nonostante il reddito più che soddisfacente, non riesce a trovare dei punti di riferimento che gli permettano di costruirsi un’identità che vada oltre la definizione di un determinato stipendio (“le cose che alla fine ti possiedono” o meglio direi io, che “ti definiscono”). Il protagonista è l’emblema di questa situazione. La sua identità è totalmente cancellata e definita esclusivamente per mezzo delle cose che possiede. Non sappiamo neanche il suo nome, la sua città, la sua famiglia, i suoi amori, i suoi sogni. Non se ne fa voce. Sappiamo tuttavia tutto del suo appartamento, di dove ha comprato i mobili, del lavoro che fa, del suo guardaroba.
La necessità di relazionarsi con un elemento estraneo, uno “straniero” sarà la scintilla che darà il via a tutto. In quest’estraneo, Tyler Durden, il narratore trova la propria definizione, i suoi sogni, i suoi amori (la splendida e oscura Marla Singer) e perfino un abbozzo di famiglia (nel Fight Club prima e nel Progetto Meyem poi). Ma Tyler non esiste, è solo una proiezione del sé contro cui il protagonista cercherà di combattere in tutti i modi prima che questa sua stessa creatura, questo “altro da sé” che è invece “IL sé” lo porti all’autodistruzione.

I punti di contatto con “Uno Nessuno e Centomila” sono molteplici. La frammentazione dell’ Io, l’incapacità di trovare un sé stesso definito a priori, l’annullamento della propria definizione che si scopre essere legata solo ai rapporti circostanziali. Il finale, apparentemente diverso – diversità dettata più dalla necessità di un epilogo commerciale, a mio avviso, che da una precisa volontà narrativa – è invece una specie di evoluzione moderna della consapevolezza del essere umano di fronte all’impossibilità di autodefinirsi. Mentre Vitangelo Moscarda, seduto nel parco dell’ospedale psichiatrico in cui lo hanno rinchiuso, trova la pace attraverso le continue metamorfosi e le continue morti e rinascite del suo spirito, il narratore di Fight Club trova l’amore in Marla Singer e la consapevolezza della possibilità di un riscatto sociale contro le morse stringenti della società che lo vogliono “middle-class-impiegato-cravatta-mobili-Ikea”. Ma tutto queste cose non sono state una sua conquista, quanto una conquista della sua proiezione, di Tyler che, alla fine, il narratore finisce per assecondare. C’è dunque differenza? Assolutamente no.

Dunque, in finale, tra la fine dell’ ‘800 ed il nostro tempo, l’umanità ha scoperto che la mente ha dei lati oscuri che non conosciamo e che solo in parte possiamo definire e controllare. Ha scoperto che l’identità è solo un paravento che carichiamo di elementi (patria, carattere, lavoro, religiosità) per riempire un vuoto che ci spaventa e che usiamo per differenziarci dagli altri esseri umani e per potere definire qualcuno “straniero”. Perché se esiste uno straniero esiste necessariamente uno spazio che è il mio. Ed a cui io appartengo e lui no. Questo è rassicurante. Almeno quanto falso.

Nel momento in cui impareremo che quel vuoto non è da temere, ma che è quello che ci permette di riempirci costantemente di esperienze altrui, di vite altrui, di sogni e desideri altrui, per imparare e crescere, allora l’umanità riuscirà a relazionarsi in modo migliore. Quando ci sarà la consapevolezza che lo “straniero” non è altro che “l’altro da me” che contribuisce a creare il “me stesso”.