In/Contro allo Straniero

a cura di Annachiara De Pippo

Annachiara De Pippo

Rafael era un meccanico di Danzica venuto in Italia con un visto turistico per trovare lavoro. Non aveva grandi aspettative, ma un talento straordinario da manovale: sapeva imbiancare, era un esperto saldatore e un muratore accorto. Un bel mattino di novembre, si presentò presso una ditta edile, che apparteneva a signori non proprio distinti, ma timorati di Dio. Qui venne assunto, ottenendo un regolare permesso di soggiorno.

Dopo aver lavorato diversi mesi per pochi spicci, allo scadere del contratto, i suoi superiori si erano rifiutati di pagarlo e Rafael aveva minacciato di denunciarli. Quelli, senza scomporsi, gl’avevano corrisposto la cifra pattuita e poi messo alle calcagna uomini di fiducia, che lo avrebbero seguito lungo i sentieri di campagna, per pestarlo e derubarlo.

Quando Rafael era rincasato, lercio e ferito, nel suo sguardo la moglie aveva scorto tristezza e vergogna. Se ne stava sull’uscio coi vestiti imbrattati di fango; il viso tumefatto, sporco di sangue rappreso.

La somma sarebbe andata in beneficienza all’oratorio della parrocchia, affinché i figli dei fedeli meno abbienti avessero un campo di pallacanestro in cui giocare. Il nemico del povero è più povero di lui.

Emma era una ragazza sveglia, che per mantenersi agli studi lavorava come cameriera in un pub. Il giorno del suo compleanno aveva festeggiato con le amiche fino a tardi; si erano ubriacate e lei aveva dato spettacolo, ballando un blues di Johnny Cash s’un tavolo del locale.

Smaltita la sbronza, tornando a casa a piedi, un uomo con l’accento dell’Est le aveva chiesto di accendere. «Non fumo», gl’aveva risposto e, prima di capire cosa stesse accadendo, s’era trovata faccia a terra in un cespuglio con la lama di un temperino puntata alla gola. Aveva sentito freddo alle cosce, e uno strappo violento le aveva portato via la voce.

S’era risvegliata in ospedale. L’aveva trovata all’alba, riversa in un angolo del parco, una pattuglia della polizia allertata da una telefonata anonima. Gli agenti, alla vista della donna rannicchiata in una pozza di sangue tra ferite e lividi, avevano chiamato un’ambulanza.

Una suora con aria afflitta entrò nella stanza impugnando un crocifisso. Emma se ne stava in piedi, alla finestra, con le unghie in bocca.

Il ragazzo con gli occhi grandi color nocciola era uno zingaro. S’era infilato in una bottega per chiedere le elemosina vicino alla cassa. Il proprietario, seccato, gli aveva detto di togliersi dai piedi. Il ragazzo insisteva per una busta di latte e una merendina al cioccolato. Il bottegaio aveva minacciato di chiamare i carabinieri, se non fosse sparito. «Vai a scuola, o vai a lavorare!», gli aveva urlato con disprezzo.

Il ragazzo con un guizzo aveva preso un pacco di biscotti dallo scaffale e s’era precipitato verso l’uscita, ma non aveva fatto in tempo a scappare che una sonora botta in testa lo aveva fatto accasciare a terra.

Era morto prima d’aver perso l’illusione di riuscire a farla franca. I testimoni dissero che era stato un incidente, legittima difesa.

Ci sono silenzi che devono essere parlati. Perché uno non se li può tenere in bocca, masticarli fino a ridurli una poltiglia e poi ingoiarli. I silenzi di mafia, della guerra, dell’ingiustizia. I silenzi della paura, della noia. E il silenzio vile di Dio. Sono crollate civiltà e Dio è rimasto in silenzio, davanti a bambini con la calce nelle orecchie.

Il silenzio di Dio ha l’odore di muffa e il sapore delle gengive che sanguinano.

E ci sono silenzi che devono restare puliti. I silenzi del sonno e della morte. I silenzi del mare, e quelli d’amore. Il silenzio dell’uomo al cospetto di Dio. Un silenzio che è attesa, ignorata.