Il Mio Paese

a cura di Amelia Di Risio

Sono loro, silenti in processione,
ad abbandonare il luogo natio
verso il moderno orizzonte.
Sono loro, nuvole di fango,
a lasciare tracce di anima
tra le crepe di rabbia.
Sono loro, stretti alle croci,
a piantare flebili ripari
agli avvoltoi in volo.
Ad ogni passo volgono lo sguardo
al battito vibrante della paura
e all’antico richiamo della terra.
Senza patria e senza lingua,
cercano rimedi alla ferocia
di chi osserva sprezzante.
Senza asilo e senza identità
chinano il viso alla viltà
di chi li chiama stranieri.
Paese mio, mio orgoglio,
accogli i figli dell’est
tra le tue braccia di sole.

Postfazione di Christian Ronga

Ci sono moltitudini di motivi per cui una persona si può definire straniera. Perché è in fuga da una paese tormentato da guerre civili e non, per sfuggire alla povertà, per dare anche solo una possibilità di futuro ai suoi figli ed ai suoi cari. Oppure per motivazioni meno nobili; alla ricerca di un paese in cui le punizioni per i reati siano più blande di quelle del paese di origine, per l’idea di potere creare una ricchezza facile dal niente. Paradossalmente perfino la voglia di viaggiare e di incontrare genti diverse può definire una persona come uno straniero. Il ragazzino di 19 anni che va a Barcellona per festeggiare il diploma non è forse straniero in terra straniera? Con il tempo abbiamo dato connotazione diversa ad uno stesso termine, chiamando “straniero” chi non ha mezzi di sussistenza e “turista” o “viaggiatore” chi invece li ha.
A prescindere da ciò che rende una persona “straniero” è la capacità di accoglierli uno degli indicatori della civiltà di un popolo e del grado di serenità della terra di arrivo.

Quello che mi ha colpito, tra il resto, della poesia di Amelia Di Risio è l’assoluta mancanza di riferimenti all’origine di queste persone che sfilano in processione, come vittime sacrificali, nel silenzio e negli sguardi sprezzanti. Sono anime che cercano, ma che al contempo si donano “flebili ripari agli avvoltoi in volo”. Avvoltoi pronti a criticare il diverso, a offenderlo, a denigrarlo, a respingerlo; carichi della forza ipocritica di un giustizialismo a corrente alternata. Tanto pronti a difendere una presunta (ed inesistente) purezza di cultura e di civiltà quanto pronti a utilizzare, nel silenzio dei campi o nel buio delle fabbriche, lavori sottopagati a condizioni miserrime. Queste persone non si difendono dagli avvoltoio, si offrono ad essi. Paradossalmente diventano la loro linfa vitale.

Nel testo di Amelia, non ha importanza il perché del viaggio, ha importanza solo l’essenza della migrazione: un evento che mette in contatto due popolazioni diverse, che arricchisce entrambe. Le anime silenti che si offrono agli sguardi, come antichi vitelli sacrificali di un antico rito pagano, cercano “rimedi alla ferocia di chi osserva sprezzante”.

Amelia riesce ad esprimere in maniera dirompente un concetto che dovrebbe essere semplice ed immediato, ma che è stato dimenticato: ogni persona è un dono. Ogni persona con cui entriamo in contatto ci arricchisce di esperienze, quand’anche negative; nel momento in cui avviene questo contatto si entra in compartecipazione e non esiste più “straniero”. Si è dimenticato questo concetto, si è dimentico che il termine “ospite” indica sia colui che riceve aiuto, cibo e bevande, sia colui che le da. E questo risveglio è portato, sbalzato, in primo piano negli ultimi tre versi quando si leva il grido di invocazione al “Paese mio” dalle “braccia di sole”: accoglili. Accoglili perché il sole non è solo quello astrale, ma è la luce della ragione, il suo calore non è solo quello dei raggi che penetrano nell’atmosfera, ma è quello della passione e della storia, che ha fatto di questa una terra di passaggio e di ospitalità (in entrambi i sensi), ma soprattutto, perché è doveroso accogliere chi si offre a te. Silente, in processione, come un’offerta sacrificale.