Arte e traumi sociali, il legame profondo
Niente Panico, è solo Crisi!
Quando (sempre?) l’arte diventa interprete dei momenti destabilizzanti della società

a cura di Christian Ronga

Niente panico è solo crisi

La crisi è diventata il tema dominante di ogni conversazione. Dai telegiornali alle trasmissioni di approfondimento, agli spettacoli di cabaret, fino alle chiacchiere senza senso alla macchinetta del caffè o nelle pause sigaretta. Superando di una spanna le classiche e sempre amabili discussioni sul tempo “mai così freddo/caldo/umido/secco”. Certo, ad onor del vero va detto che, quella che viene definita “ondata di gelo” di queste settimane ha permesso al vecchio argomento rompighiaccio (e NON mi si perdoni il gioco di parole; io non me lo perdono) di recuperare qualche lunghezza, ma comunque CRISI, SEMPRE CRISI, FORTISSIMAMENTE CRISI.

Ovviamente parliamo di crisi “economica”, anche se su questo argomento ci sarebbe da scrivere tanto su quella che è la percezione moderna dell’economia, ed a noi che parliamo di arte viene subito in mente di pensare a cosa è la “crisi” per il mondo della cultura.
Come reagisce la cultura nei momenti di crisi? La subisce, reagisce o ne esce fortificata? Qual è il rapporto che esiste tra questi due fenomeni?

Non vi nascondo che, qualche giorno fa, ho dovuto cambiare radicalmente l’impostazione di questo editoriale. Ero convinto infatti di potere trovare alcuni punti nella storia della cultura moderna e contemporanea, in cui un mutamento culturale è seguito ad un momento di crisi economica e/o sociale. L’ipotesi che, colpevolmente, non avevo considerato, era che in realtà il rapporto potesse essere estremamente più stretto di quanto potesse in apparenza sembrare.

Innanzitutto è stato anche impossibile trovare, dall’inizio del XIX alla metà del XX secolo, un periodo in cui la società macroeconomica non abbia dovuto affrontare una forma di crisi economica in un determinato settore. Questo non vuol dire che la storia economica di questo periodo sia stata un’unica immensa crisi economica, ma solamente che, allo sviluppo ed alla crescita di un determinato tipo di economia in un determinato luogo geografico, si accompagnava sempre la crescita di una particolare crisi di un altro tipo di economia in un luogo geografico che, se non sempre lo stesso era comunque collegato in maniera macroeconomica al primo.

La cultura ha mostrato di essere sempre la capacità dell’uomo maggiormente e più velocemente recettiva e capace di elaborare punti di rottura con il passato. I cicli artistici sono sempre più veloci e profondi di quelli economici quindi in pratica non c’è stato periodo in cui i mutamenti economici non siano stati anticipati, accompagnati e rimarcati da una rottura culturale con il passato.

Tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX in Francia il mondo culturale reagisce alla sviluppo dell’imperialismo e della rivoluzione industriale anticipando e sottolineandone le incongruenze. La conquista di terre lontane dove era più facile reperire materie prime e mano d’opera ad un costo nettamente inferiore rispetto alle aree europee portò ad un’iniziale corsa economica che il mondo culturale francese cominciò a vivere come alienazione. E’ questo il contesto economico all’interno del quale comincia a svilupparsi il decadentismo. L’uomo economico marciava lontana per cercare ciò che già aveva in casa ma che poteva avere a prezzi estremamente inferiori – la sensazione di déjà vu che state vivendo leggendo questo mostra che forse la storia non è così tanto magistra come pensavamo – ma la poesia ne scopre l’inganno e contrappone all’espansione l’interiorizzazione, al treno a vapore che guarda lontano contrappone  il terzo occhio che guarda dentro il poeta.

Così come i contesti macroeconomici legano indissolubilmente aree diverse tra loro (e se era vero del XIX-XX secolo figuriamoci ora) allo stesso modo i mutamenti artistici si diffondono a ondate – o nascono spontaneamente con stessi temi in aree diverse – andando a legare tessuti sociali diversi.
Negli stessi anni in cui in Francia, lungo le rive della Senna, nasceva il decadentismo, in Inghilterra iniziava la cosiddetta “reazione antivittoriana” con cui il mondo dell’arte, soprattutto letteraria, manifestava la generazione dei mostri del colonialismo britannico guidati dal mito del positivismo. Con la differenza che mentre in Francia il poeta si rivolge a se stesso, in Inghilterra guarda dritto verso la zona d’ombra prodotta dagli squilibri sociali che si stagliano contro il “sole del progresso”. Il positivismo del Dr Jekyll,  drogato di colonialismo, scatena il Mr Hyde che è insito nella società inglese. E non è un titolo scelto a caso. Il capolavoro di Robert Louis Stevenson è proprio di quegli anni (1886 per l’esattezza), come Cuore di Tenebra di Joseph Conrad.

Arriviamo ai primi anni del XX secolo, quando ormai la seconda rivoluzione industriale aveva fatto sbocciare i suoi frutti. Aumenti del capitale degli stati, aumento degli armamenti, miglioramento della qualità e quantità della produzione industriale. L’esatto opposto di quella che è un “crisi economica”, con l’industria che era diventata, nella maggior parte dei paesi europei, la locomotiva dell’economia.
Tutto ciò a danno dell’agricoltura; la conseguenza fu la migrazione di migliaia di persone dalle campagne alle città che diventavano sempre più alveari spersonalizzati in cui le condizioni di vista erano pietose. Fu in questo periodo di “boom economico” che nasce l’espressionismo tedesco ed è così che Ernst Ludwig Kirchner realizza, nel 1913, “Cinque donne per strada”. La crisi che si respirava nelle città e che l’economia non vedeva, aveva trovato la sua più espressiva rappresentazione.

E così per il jazz ed il blues durante la Grande Depressione negli Stati Uniti, il Neorealismo nel dopoguerra italiano.

Il mondo dell’arte ha sempre vissuto un rapporto di simbiosi con le evoluzioni politiche ed economiche e spesso, proprio nei momenti di crisi economica sono fiorite le più importanti rivoluzioni culturali. Perché per quanto una corrente artistica possa essere ascetica, intimistica o perfino rinunciataria, sarà sempre figlia del suo tempo. Una figliastra crudele che cerca sempre di distruggere e mutare il proprio genitore.

Mi piace l’etimologia; la adoro perché ogni parola “è una foresta di simboli” come cantava Baudelaire. Scoprire l’origine di una parola significa trovare il bandolo del filo di Arianna e districarsi in quella foresta, per carpirne i significati e gettare luce sui significanti. Crisi deriva dal greco Krisis, la cui radico Krìnò significa separare. Questo perché ogni momento di crisi è sempre il momento in cui dal vecchio di passa al nuovo, la strada battuta diventa interrotta e bisogna cercarne una diversa.

E allora, verso dove stiamo andando?