Noi, il Quarto Stato

Capita che un’opera ne richiami un’altra, che la mente stimolata da un pensiero scavi nei ricordi, nelle conoscenze ed elabori l’associazione d’idee giusta al momento giusto; così mi è accaduto osservando una creazione di Gianfranco Angelico Benvenuto che è stata esposta fino al 2 maggio in una strada centrale di Milano.

Ci sono volte in cui amo approcciarmi ad un’opera senza aver eseguito particolari ricerche su di essa in modo da poter vivere il più possibile dell’empatia che si crea tra me e ciò che l’artista vuole trasmettermi attraverso il suo progetto, così è stato per “100 sogni morti sul lavoro” che ho voluto guardare solo come un’anima curiosa.

“100 sogni morti sul lavoro” ti colpisce, non ti lascia indifferente, ti obbliga a riflettere. Più osservavo questa fiumana di operai senza corpo e più mi si sovrapponeva alla vista l’immagine di uno dei quadri a cui sono più legata: il “Quarto stato”.

La conferma che il percorso mentale non era stato semplicemente soggettivo mi è stata data dalla didascalia che accompagnava l’istallazione :

“Cento anonime tute vuote, riempite solo dal vento che dà loro corpo in questo composto cammino senza i colori della speranza di Pellizza da Volpedo. Perché l’assenza di chi è morto per il lavoro o perché lo ha perso diventi la presenza più autentica e più viva. Perché almeno il silenzio possa penetrare il muro dell’indifferenza altrui.”

Il “Quarto stato”è esposto al Museo del Novecento di Milano e “100 sogni morti sul lavoro” ha preso vita in Via Marconi esattamente ai “piedi” del museo.

Diciamo allora che tutto questo non è una coincidenza, che il senso di vicinanza delle due opere è reale e non è solo fisica. Pellizza concluse la sua opera più famosa nel 1901, ma da allora la forza dei suoi lavoratori ci ha accompagnato silenziosamente in tutti questi anni in maniera evidente, ma anche in modo più discreto. Senza quasi rendercene conto il “Quarto stato” è entrato nel nostro quotidiano, nella nostra memoria storica.

L’immagine del quadro di Pellizza è stata usata, modificata, riprodotta in svariati modi; quelli che più mi hanno colpito negli anni sono semplici, indirizzati ad un pubblico vasto e non prettamente attinente al campo artistico/pittorico:

· La locandina del film del 1976 di Bernardo Bertolucci “Novecento, atto II°

· Il francobollo Italiano di 600 lire emesso nel 1990 e dedicato al centenario del primo maggio

· La copertina del 1991 dell’album a fumetti “Tutti gli incubi di Dylan Dog” di Tiziano Sclavi

· La pubblicità della Lavazza del 2000

· La pubblicità del 2001 di un gioco per Playstation 2.

La fortuna storica dell’opera del pittore di Volpedo è forse dovuta, fra tanti fattori, alla rappresentazione stessa del soggetto ove viene espressa a pieno la forza dei lavoratori con la purezza di un forte senso realistico, ma con il grande valore aggiunto di una capacità unica

di Pellizza di canalizzare l’energie e di sottolineare quei principi, quei diritti che troppe volte vengono dimenticati. Intrinseci in ogni pennellata, canalizzati in un flusso temporale i significati ed i significanti espressi da Pellizza arrivano a noi sotto forma di un’ulteriore mutazione, come citazione silenziosa ed urlante in “100 sogni morti sul lavoro”.

Potrei elogiare l’idea, la realizzazione di Benvenuto, ma preferisco dare voce a quelle tute rammentando in primis a me stessa che i tempi cambiano, ma le basi su cui dobbiamo fondare il principio del lavoro stesso non mutano; che nonostante l’ombra della crisi esistono menti eccelse che possono fare la differenza; che comunicare un disagio civile significa portare avanti il diritto di tutti; che soffrire vuol dire comunque vivere, ma che un mondo d’arte è anche alimentato da gioia e spero di avere la fortuna di vedere prima o poi il secondo capitolo dell’opera di Benvenuto e che il titolo sia “100 sogni CRESCIUTI sul lavoro”, ma per fare questo dobbiamo continuare a camminare uniti senza dimenticare il passato, Pellizza; senza evitare di vedere il presente, Benvenuto; senza lottare per un futuro, tutti noi.

di: Jlenia Selis